La prefazione di Lia Celi

«Non capisco perché ci pagano, ma meglio che continuino a farlo (almeno finché non estinguo il mutuo)». È più o meno a metà del libro di Valerio Parmigiani che incontriamo il suo vero titolo, quello che un editore più astuto o un autore più facciaculo avrebbero fieramente sbattuto in copertina: il titolo gaglioffo piace, tira, fa punteggio. Non mi pronuncio sull’astuzia dell’editore di Bestiario diplomatico (se proprio volete posso parlarvi di quella dei miei editori, ma dovete essere appassionati del genere «lagne di scrittori acrimoniosi»), però sulla facciaculo di Valerio Parmigiani posso spendere qualche parola, visto che lo conosco. Ne è totalmente privo. Si direbbe che la sua vera missione diplomatica non sia quella che l’ha portato a Cipro e in Zambia, ma quella che qualche decennio fa l’ha catapultato in questo sguaiato angolo di mondo, da qualche lontano pianeta, abitato da gentiluomini correttissimi, colti, brillanti e autoironici e fieramente gattofili, e desideroso di stabilire rapporti con noi per motivi ancora più complessi e misteriosi di quelli per cui l’Italia ritiene necessario avere rappresentanti diplomatici in Bhutan o nelle isole Kiribati.

Ora, in quanto alieno gentiluomo,Valerio aveva un grosso problema: il rimorso per aver trascorso otto anni della sua vita nel dorato (o almeno avvolto di carta dorata, come i famosi cioccolatini dell’ambasciatore) mondo della diplomazia, in un’età in cui gli italiani suoi coetanei si sbattevano fra stage gratuiti e contratti precari. Per lui e per la compagna, casa pronta (magari non lussuosa, come il cubo di cemento con un impianto elettrico montato da criminali in cui abitava a Lusaka), colore locale, cene ed eventi mondani, lontano dalle miserie non solo nostrane, ma anche di quelle dei Paesi in cui lo hanno mandato. Per otto anni, mentre il nostro Paese ruzzolava nelle bassure dov’è ora, l’autore ha sperimentato la sostanziale verità del proverbio «ambasciator non porta pena», eccettuata forse la noia e qualche colf neghittosa (be’, non si può avere tutto). «Perché io, Signore?» si è chiesto questo Giobbe molto peculiare. «Perché», deve avergli risposto il Signore (quello, o il signore del lontano pianeta di cui sopra) «devi scriverci un libro». Un libro che faccia stare bene, che accarezzi i nervi tesi e piagati dei tuoi simili, senza ribalderie pulp o parolacce d’interpunzione. Un libro che, come l’ambasciatore, non porti pene, anzi, se possibile aiuti a dimenticare le proprie.

Ed ecco Bestiario diplomatico. Che è già un ossimoro: gli uomini e le cose (cucina compresa) sono osservati e descritti con la fredda passione dello scienziato ma allo stesso tempo con rispetto e garbo molto british. British soprattutto nello stile, completamente (e felicemente) inattuale, fra Kipling e Wodehouse. Kipling perché Valerio un fardello ce l’ha e si vede: non quello dell’uomo bianco nell’India misteriosa, ma il burden dell’uomo colto e beneducato in qualunque parte del mondo. Wodehouse perché, come il creatore di Jeeves, il nostro autore descrive ogni episodio della sua vita da diplomatico – dall’approccio iniziale con la Farnesina al primo ricevimento ufficiale, dall’invadenza dei padroni di casa ciprioti agli echi della grande politica estera sullo sfondo – con humour, levità e distacco; distacco anche da se stesso e dalle proprie emozioni, suggerite con poche pudiche pennellate anziché con secchiate di pianti, all’italiana. Nel Bestiario di Valerio Parmigiani non ci sono solo colleghi pavoni o indigeni volpini. Ci si mette anche lui, ridendo di se stesso e delle proprie goffaggini, invitandoci a sorridere insieme a lui dei suoi bermuda indossati inopinatamente alla cena di gala e della catasta di trasportini (con gatti inclusi) che lo segue da un continente all’altro. E lo seguiamo anche noi, attirati da una scrittura brillante ma non fatua, che ricorda (altro riferimento d’obbligo) J.K. Jerome, capace di farci ridere con le disavventure dei suoi Tre uomini e al tempo stesso di raccontarci com’era bello il Tamigi e com’era organizzata la Germania.

Tant’è vero che si esce dal Bestiario più informati su Cipro e sulla situazione dello Zambia, oltre che sulla bizzarra esistenza degli addetti d’ambasciata. Soprattutto si esce da questo libro sorridendo, e se magari nelle prime pagine rosichiamo un po’ per il colpaccio di fortuna che porta il nostro eroe a Cipro, nelle ultime ci dispiace che Valerio Parmigiani non prosegua nella carriera diplomatica, in modo da poterci raccontare le peripezie – sue, della sua compagna e soprattutto dei suoi gatti – in altre parti del mondo. O, vista la sua origine aliena, dell’universo. Perché no?

Link al blog di Lia Celi

Lia su Wikipedia

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