Perché Cassandra

Lei i troiani li aveva avvisati per tem­po, ma a che cosa servì? Duri come le pine verdi, come dicono a Firenze, loro preferirono portare il cavallo dentro le mura e trascorrere tra i festeggiamenti la notte precedente alla distruzione della città.

Da allora sono passati 32 secoli, ma è rimasto identico il destino a cui si va incontro quando ci si ostini a voler aprire le orecchie di chi non vuole ascoltare perché ha bisogno di continuare a cullarsi nelle favolette rassicuranti, ottime per distrarsi, “pensare positivo”, sforzarsi di credere nei valori con cui veniamo quotidianamente allettati.

Il tentativo di Cassandra di essere d’aiuto agli altri viene ricambiato con diffidenza e ostilità, perché sottende verità scomode da accettare e responsabilità difficili da gestire. Volendo utilizzare un’espressione com­plicata, in termini kleiniani le sue parole generano “negazione”: un po­tente meccanismo di difesa contro l’angoscia persecutoria e il senso di colpa. Se il consumo di psicofarmaci ha raggiunto livelli così insensati, infatti, è perché di fronte al disagio – che viene avvertito, anche se difficilmente affiora alla coscienza – è più sem­plice rifugiarsi in una pillola (o dovrei dire una supposta) reale o simbolica piuttosto che cercare di identificarne l’origine e un modo più responsabilizzante di affrontarlo.

Basta consultare un vocabolario per rendersi conto che “fare la cassandra” non significa – come do­vrebbe – “mettere sull’avviso circa un reale pericolo”, ma “fare previsioni catastrofiche, prean­nunciare sventure, profetizzare eventi luttuosi”. Insomma essere considerato un rompicoglioni, un portasfiga. Un pessimista che vuole solo rattristare gli altri. E che nonostante tutto non si scoraggerà mai.

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